Autore: Dott. Silvio Baggetta – Psicologo
L’intelligenza artificiale sta trasformando il modo in cui comunichiamo, cerchiamo informazioni e affrontiamo alcuni aspetti della nostra vita quotidiana. Oggi è possibile conversare con un chatbot in qualsiasi momento, condividere pensieri personali e ricevere risposte immediate.
Questa possibilità apre una domanda sempre più importante dal punto di vista psicologico: l’intelligenza artificiale può aiutarci ad affrontare la solitudine oppure rischia, in determinate circostanze, di alimentarla?
Non esiste una risposta semplice. Per comprenderla è necessario distinguere tra la funzione che la tecnologia può svolgere nella vita di una persona e il bisogno, profondamente umano, di costruire relazioni significative con gli altri.
Un nuovo studio scientifico sul rapporto tra chatbot e solitudine
Nel 2026, i ricercatori Dunigan Folk ed Elizabeth Dunn hanno pubblicato sulla rivista scientifica Psychological Science uno studio dedicato al rapporto tra l’utilizzo dei chatbot come compagnia e il senso di solitudine.
La ricerca ha coinvolto 2.149 adulti residenti in quattro Paesi occidentali: Regno Unito, Stati Uniti, Canada e Australia. I partecipanti sono stati seguiti nell’arco di 12 mesi, consentendo ai ricercatori di esaminare come l’utilizzo dei chatbot e la solitudine fossero associati nel tempo.
I risultati hanno evidenziato una relazione interessante in entrambe le direzioni.
Da una parte, una minore connessione sociale tendeva a precedere un maggiore ricorso ai chatbot come compagnia. Dall’altra, un aumento dell’utilizzo dei chatbot prediceva un successivo aumento dell’isolamento emotivo secondo una specifica misura adottata nello studio.
Questi risultati meritano attenzione, ma devono essere interpretati con cautela. La ricerca non dimostra che utilizzare l’intelligenza artificiale provochi necessariamente solitudine. Mostra associazioni nel tempo che richiedono ulteriori approfondimenti per chiarire i meccanismi coinvolti.
Il dato più interessante è che il rapporto tra tecnologia e solitudine potrebbe essere bidirezionale: sentirsi soli può spingere a cercare compagnia nell’intelligenza artificiale, mentre alcune modalità di utilizzo potrebbero associarsi a una maggiore sensazione di distanza emotiva.
Che cos’è davvero la solitudine dal punto di vista psicologico?
La solitudine non coincide necessariamente con l’essere fisicamente soli.
Una persona può avere una famiglia, frequentare colleghi, uscire con gli amici e mantenere numerosi contatti sociali, ma continuare a percepire una mancanza di comprensione, vicinanza o intimità emotiva.
In psicologia è utile distinguere tra due dimensioni:
- Isolamento sociale: riguarda la scarsità oggettiva di contatti e relazioni sociali.
- Solitudine percepita: è l’esperienza soggettiva di una distanza tra le relazioni che si desiderano e quelle che si vivono.
Questa distinzione aiuta a comprendere perché aumentare semplicemente il numero delle interazioni non sia sempre sufficiente a rispondere al bisogno di connessione.
Il benessere relazionale dipende anche dalla possibilità di sentirsi compresi, riconosciuti e liberi di esprimere i propri pensieri senza dover nascondere parti importanti di sé.
Perché alcune persone cercano compagnia nell’intelligenza artificiale?
I chatbot possono risultare accessibili, disponibili in qualsiasi momento e capaci di rispondere senza mostrare le reazioni sociali tipiche delle conversazioni tra persone.
Per chi sta attraversando un periodo difficile, queste caratteristiche possono rendere più semplice iniziare a esprimere emozioni, organizzare i propri pensieri o parlare di argomenti che provocano imbarazzo.
Tra le possibili ragioni per cui una persona può ricorrere a un chatbot troviamo:
1. Il bisogno di essere ascoltati
Quando ci si sente poco compresi, una conversazione immediata può offrire un’occasione per mettere in parole le proprie emozioni e riflettere su ciò che si sta vivendo.
2. La paura del giudizio
Alcune persone possono sentirsi più a proprio agio nel condividere determinati pensieri con un sistema artificiale, soprattutto quando temono critiche o rifiuto da parte degli altri.
3. La facilità di accesso
Un chatbot è disponibile anche nei momenti in cui non è possibile parlare con un amico, un familiare o un professionista.
4. La difficoltà nelle relazioni reali
Quando costruire o mantenere relazioni richiede uno sforzo emotivo significativo, un’interazione digitale può apparire più semplice e prevedibile.
Queste possibilità non sono necessariamente problematiche. La questione centrale è comprendere se l’utilizzo della tecnologia favorisca una maggiore consapevolezza di sé oppure diventi l’unica modalità attraverso cui una persona cerca conforto e connessione.
Quando la tecnologia può diventare un sostituto delle relazioni umane?
Una conversazione con l’intelligenza artificiale può sembrare coinvolgente, ma non equivale a una relazione umana reciproca.
Le relazioni tra persone implicano una storia condivisa, bisogni che devono essere negoziati, responsabilità reciproche e la capacità di affrontare incomprensioni e conflitti.
Un sistema artificiale può generare risposte empatiche, ma non vive un’esperienza emotiva umana nello stesso senso in cui la vive una persona.
Il rischio potenziale non consiste semplicemente nel parlare con un chatbot. È più utile interrogarsi su ciò che accade quando questa modalità di interazione sostituisce progressivamente occasioni di incontro, confronto e partecipazione alla vita sociale.
Per esempio, può essere utile riflettere se una persona inizi a evitare sistematicamente gli amici perché preferisce interagire esclusivamente online, oppure se utilizzi il chatbot per rimandare indefinitamente conversazioni difficili che vorrebbe affrontare nella vita reale.
Si tratta di esempi di situazioni da esplorare, non di conseguenze inevitabili dell’utilizzo dell’intelligenza artificiale.
La ricerca disponibile non consente di affermare che tutti coloro che utilizzano chatbot come compagnia diventino più soli. Sono necessari ulteriori studi per capire quali modalità d’uso possano essere associate a esiti differenti e per quali persone.
L’intelligenza artificiale può anche avere una funzione utile?
Sì, è importante considerare anche le possibili opportunità.
Un chatbot può aiutare una persona a dare un nome alle proprie emozioni, prepararsi a una conversazione delicata o individuare attività che favoriscano il contatto sociale.
Può anche rappresentare un primo spazio di riflessione per chi fatica a parlare immediatamente delle proprie difficoltà.
Tuttavia, il valore di queste interazioni dipende dal contesto e dal modo in cui vengono utilizzate. Non è corretto considerare l’intelligenza artificiale un trattamento psicologico validato solo perché è in grado di rispondere con un linguaggio rassicurante.
Quando la solitudine è persistente, compromette la qualità della vita o si accompagna a un disagio psicologico significativo, può essere utile rivolgersi a uno psicologo per comprendere i bisogni sottostanti e valutare le strategie più appropriate.
La tecnologia può affiancare alcune attività quotidiane, ma non dovrebbe essere considerata automaticamente un sostituto del sostegno professionale o delle relazioni umane.
Come riconoscere il proprio rapporto con i chatbot?
Non esiste una soglia universale di utilizzo oltre la quale parlare con un’intelligenza artificiale diventa necessariamente problematico. Più che concentrarsi soltanto sul tempo trascorso online, può essere utile osservare la funzione che queste conversazioni assumono nella propria vita.
Alcune domande possono aiutare a sviluppare maggiore consapevolezza:
- Utilizzo il chatbot come uno strumento aggiuntivo o è diventato il mio principale punto di riferimento emotivo?
- Le conversazioni mi aiutano a comprendere meglio ciò che provo oppure mi portano a evitare situazioni che mi mettono in difficoltà?
- Riesco ancora a mantenere relazioni significative e a cercare sostegno nelle persone di cui mi fido?
- Dopo aver utilizzato il chatbot mi sento più preparato ad affrontare la vita quotidiana oppure tendo a isolarmi ulteriormente?
Queste domande non costituiscono un test diagnostico. Sono spunti di riflessione che possono aiutare a comprendere meglio le proprie abitudini e i propri bisogni relazionali.
Il punto centrale: non confondere la disponibilità con la connessione
L’intelligenza artificiale rende possibile avere una conversazione in qualsiasi momento. Ma la disponibilità immediata di una risposta non coincide necessariamente con il sentirsi parte di una relazione significativa.
Il bisogno di connessione umana comprende la possibilità di essere conosciuti nel tempo, condividere esperienze, affrontare le differenze e costruire fiducia reciproca.
Questo non significa rifiutare la tecnologia o considerare negativo ogni rapporto con un chatbot. Significa, piuttosto, imparare a utilizzarla in modo consapevole, senza perdere di vista il valore delle relazioni che contribuiscono al nostro benessere.
La domanda più utile, quindi, non è se l’intelligenza artificiale sia buona o cattiva per la salute mentale. È capire come si inserisce nella vita della singola persona, quali bisogni soddisfa e quali eventuali difficoltà lascia irrisolte.
Conclusioni
La relazione tra intelligenza artificiale e solitudine è un ambito di ricerca emergente che richiede attenzione, rigore e ulteriori studi.
La ricerca pubblicata nel 2026 su Psychological Science suggerisce che il rapporto tra solitudine e utilizzo dei chatbot come compagnia potrebbe svilupparsi in entrambe le direzioni. Non dimostra, tuttavia, che la tecnologia causi necessariamente isolamento emotivo.
Dal punto di vista psicologico, è importante osservare non soltanto quanto utilizziamo questi strumenti, ma anche perché li utilizziamo e quale spazio occupano nelle nostre relazioni.
La tecnologia può offrire nuove possibilità di interazione, ma comprendere i propri bisogni emotivi e coltivare connessioni umane significative rimane fondamentale per il benessere psicologico.
Dott. Silvio Baggetta – Psicologo
Riferimento scientifico
Folk, D., & Dunn, E. (2026). How Does Turning to AI for Companionship Predict Loneliness and Vice Versa? Psychological Science, 37(4), 276–286.
DOI: https://doi.org/10.1177/09567976261427747
PubMed: https://pubmed.ncbi.nlm.nih.gov/41870975/
Articolo di divulgazione psicologica. Non sostituisce una valutazione psicologica individuale.



Lascia un commento